Lifework: il Lavoro Continua

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Wiebe MoeysIn questo articolo, scritto da Viviana Guadalupi, Wiebe Moeys ci indica gli obiettivi di questi mesi di lavoro insieme:

  • Saper "risolversi" in qualsiasi situazione.
  • Riuscire a non perdersi nel tempo della riflessione - pesante ed improduttivo - ma saperlo attraversare mediante il RAGIONAMENTO.
  • Riuscire ad esercitare la nostra professione al di là di ogni imprevisto.

Sono questi gli obiettivi primari della nostra ricerca di questi mesi. Essa parte da se stessi e si pone la meta di affinare una vera e propria strategia che possa permettere di rimanere LOGICI e COERENTI anche in situazioni assai improbabili, lavorative e non. Esistono alcuni elementi fondamentali che concorrono a maturare questo atteggiamento:

  • assumere come punto di partenza la CIRCOSTANZA nella quale via via ci troviamo;
  • assumere come stimoli l'INTERAZIONE con chi ci circonda, la VELOCITÀ d'azione, VOCE e MUSICA, le quali utilizzate in maniera sana potenziano le capacità di percezione;
  • il CORAGGIO di intraprendere strade nuove, talvolta sconosciute.

Partire dalla "circostanza" significa basarsi sempre su quanto abbiamo disponibile nel momento stesso in cui dobbiamo agire. Mai lavorare in base a quello che si vorrebbe, ma in base a momenti reali. Per questo motivo non possiamo permetterci di rimanere sospesi nella riflessione. Essa è senza tempo, suscettibile di facili contestazioni perché parte dalla sfera emozionale dell'individuo. Riflettiamo quando "stacchiamo la spina", quando siamo soli e stacchiamo la spina. Significa prima di tutto chiusura. In secondo luogo riflettere significa tentare qualcosa e, partire dal presupposto che le nostre azioni siano dei tentativi, è come mettere in preventivo che possiamo non riuscire ad ottenere quello per cui stiamo lavorando. È demotivante e fortemente soggetto al fallimento. Saper trasmettere e dunque covare una reale e forte motivazione resta il primo passo verso la direzione di cui parliamo, e la migliore motivazione per chiunque è sapersi utili, grandemente produttivi. Nell'esercizio del proprio mestiere non si riesce quasi mai ad avere il tempo di indugiare per pensare -riflettere -. Si perderebbe aderenza con l'aspetto pratico del proprio lavoro che è l'elemento in base al quale veniamo valutati, perché è l'elemento che ci presenta e rappresenta.
Con tutto ciò, non crediamo che non si debba elaborare ed interiorizzare quello che svolgiamo con il nostro lavoro, crediamo solo che si debba farlo in chiave OPERATIVA. Intendiamo parlare di RAGIONAMENTO (non di riflessione) che appartiene ad una sfera dinamica, che accoglie continuamente stimoli dall'esterno - atteggiamento d'apertura - ed evita il rischio di stagnare su se stessi. Ragionare è essere già in movimento, è già provare, sperimentare qualcosa. È riuscire a "vedere in tempo" l'evoluzione di un momento. È sempre un momento di LUCIDITÀ.
La tentazione di sostare nella riflessione la corriamo quando ci troviamo in un momento di difficoltà. Nella difficoltà la riflessione appesantisce ulteriormente la nostra debolezza contingente. Invece nella difficoltà è proprio il momento in cui dobbiamo essere il più operativi possibile. Non fermarsi a pensare ma LAVORARE quanto mai. In questo modo ci diamo la possibilità effettiva di riscattarci dalla difficoltà, la possibilità di capire qual era stato il nostro limite, una volta che lo abbiamo già superato, cioè quando non può più ferirci, quando ci risulta ormai innocuo. In questo modo ciò che è stato un attimo prima un punto di debolezza diventerebbe senza dubbio un punto di partenza e addirittura un elemento per potenziarsi, perché avremmo in ripresa diretta il riscontro positivo del nostro lavoro.
Ad esempio, ascoltare le critiche riguardo il proprio mestiere diventa costruttivo solo se ci lavoriamo immediatamente. Vuol dire ascoltarle attivamente ed evitare il rischio di subirle.
Per definire il concetto, sottolineiamo che quando "stimoliamo una circostanza" vengono fuori le nostre memorie. Cioè quando riusciamo a stimolare una situazione presente, vuol dire che abbiamo fatto breccia inconsciamente nella nostra storia passata ed utilizzando poi consciamente una sana elaborazione di essa, possiamo intravedere prima un futuro e riuscire a gestire le situazioni nuove perché siamo in anticipo su di esse.

La tentazione di indugiare in una riflessione fuorviante si riesce ad evitare quando concediamo spazio a reazioni istintive piuttosto che pensate e costruite. Le reazioni istintive sono le più LOGICHE. Reagire d'istinto significa che non si è avuto il tempo di riflettere su una virtuale necessità di adeguare i propri atteggiamenti a tutta una serie di condizionamenti che subiamo dalle infrastrutture socialmente riconosciute. Esse depistano la reale lateralità di ognuno. Ad esempio sullo sviluppo della nostra lateralità possono essere fuorvianti dei sistemi talmente conclamati da non suscitare riserve e per questo da essere accettati automaticamente. Sono semplici dati ma estremamente indicativi. Nella maggior parte dei Paesi si conduce l'auto nella carreggiata di destra: un mancino si deve adeguare senza troppe elaborazioni; la posizione delle corde sul manico della chitarra sono pensate per i destri, per non parlare dei vari corsi che intendono insegnare a suonare lo strumento: un mancino o inverte l'ordine delle corde ed impugna il manico con l'altra mano oppure dovrà fare uno studio allucinante per ricavare le nozioni per sé. Anche solo e semplicemente il dato che alcuni coltelli hanno il seghetto solo su un lato della lama che ovviamente è quello opportuno per un destro. Può succedere che, in alcuni casi, questi elementi tutti assieme possano risultare determinanti di una lateralità non naturale. Nella VELOCITÀ salta fuori la lateralità più logica e di essa ci serviamo per condurre un percorso il più coerente possibile alla nostra naturalezza.
Oltre la velocità, l'altro strumento che abbiamo a disposizione per stimolare risposte istintive sono le persone da cui siamo circondati, che convivono o interagiscono con noi su vari livelli, che siano a noi coordinate, o che fungano da oppositori. Se riuscissimo a "vederlo sempre in tempo", un oppositore potrebbe solo essere un grande aiuto per uscire dagli schemi fissi individuali, per imparare a gestire e rispondere adeguatamente in situazioni improvvise ed inaspettate, per non rischiare di cadere nella trappola della metodicità e dell'abitudine. Accettare continuamente il confronto con gli altri nel senso di oppositori piuttosto che di complici, accettare la loro intromissione nella propria dimensione personale e professionale significa essere disposti a rompere gli equilibri in continuazione ed in continuazione saperseli ricostruire. In questo senso parliamo di equilibri dinamici, in perpetua evoluzione, molto differenti da quegli equilibri statici che finiscono con l'indurre l'individuo a sedersi su se stesso e sulle proprie capacità, senza concedersi l'occasione di spingersi oltre. La capacità di essere empatici è un ovvio sintomo di apertura. Coloro che ci circondano se "utilizzati" come spinta al di fuori da noi, dal nostro piccolo spazio vitale, concorrono non solo a far conquistare un equilibrio nell'attività quotidiana, come si è detto, ma anche e soprattutto un equilibrio interiore, costruito su certezze e concretezza ponderabili e tangibili.

Concludiamo con la propensione alla sperimentazione, intesa non necessariamente con un valore estremistico. Il CORAGGIO che è necessario per INTRAPRENDERE (e non tentare) nuove direzioni e combinazioni, non sopraggiunge inspiegabilmente ed improvvisamente. È una forza che si acquisisce con l'esperienza, con la consapevolezza ferrata del proprio lavoro-mestiere. Tanto più che dev'essere gestita con entusiasmo. Se venisse a mancare questa ferratezza professionale di fondo più che entusiasmo, si sconfinerebbe nell'euforia, che è fuori portata, conseguenza di un approccio che non è coerente con la "circostanza", dunque difficile da gestire.
A questo proposito approfittiamo per precisare che il nostro intento non è dettare una serie di regole da seguire per giungere ad uno scopo ben determinato. Sarebbe in controtendenza all'affermata convinzione dell'importanza di sperimentare. Stiamo "praticando"! tanto più che fornire una direzione obbligata è fonte di infinite tentazioni di uscire, forse anche a giusta ragione, fuori dalle righe.

Wiebe Moeys (contenuti)
Viviana Guadalupi (scrittura articolo)


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